Nelle Marche c’è un dolce umile e fragrante che parla di terre, di riciclo, di dolci pensieri “poveri”. Le beccute sono biscotti che racchiudono in sé il profumo delle campagne, la sapienza della cucina contadina e, chissà, il gusto che incantava anche Giacomo Leopardi. In alcune zone delle Marche questi dolcetti sono conosciuti proprio come “le beccute di Leopardi”, poiché si dice fossero tra i preferiti del poeta di Recanati.
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Mettere a bagno in acqua tiepida l’uvetta, lasciandovela per circa mezz’ora.
Scottare in acqua bollente le mandorle ed i gherigli di noce poi pelarli e tritarli finemente; tritare anche i fichi secchi.
Mettere sulla spianatoia la farina gialla e disporla a fontana, unire qualche cucchiaiata di olio, l’uvetta ben strizzata, i pinoli, una cucchiaiata e mezza di zucchero, un pizzico di sale.
Impastare unendo mano a mano dell’acqua bollente sino ad ottenere un composto piuttosto morbido.
Lavorare bene l’impasto e formare delle piccole pagnottelle schiacciate, sistemarle su una placca precedentemente oliata e metterle in forno già caldo alla temperatura di 150°.
Cuocere per circa 45 minuti e sfornare. Lasciare riposare e raffreddare. Sono dolcetti molto rustici che si servono freddi.
Friabili e dal sapore reso ancora più intenso dall’aggiunta di frutta secca e uvetta, le beccute nascono dalla tradizione contadina marchigiana. Il loro nome varia secondo il territorio: “beut” nel Pesarese, “becciate” ad Ancona, “becùt” nel Fanese. La storia della loro nascita è davvero ingegnosa: con questa ricetta si trasformava la polenta avanzata in dolcetti saporiti, destinati a rallegrare i giorni di festa successivi alla raccolta del mais. Con il tempo, la polenta fu sostituita dalla farina di mais, più friabile, e la ricetta si arricchì di ulteriori ingredienti come uvetta, pinoli, fichi secchi, mandorle, noci, a seconda della disponibilità.

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