Il Condiglione – o cundigiun, come vi capiterà di sentirlo chiamare nei vicoli che collegano l’entroterra alle spiagge della Liguria – è molto più di una semplice insalata mista. A prima vista, un occhio disattento potrebbe scambiarlo per una panzanella o una succulenta insalata Nizzarda. Ma il Condiglione rivendica con orgoglio la sua unicità attraverso regole precise. La prima, e forse la più importante, è che questa insalata non si mescola. Non c’è spazio per il caos nella ciotola: le verdure – i pomodori succosi, i peperoni croccanti, i cetrioli freschi – vengono condite separatamente e poi stratificate sopra il letto di gallette ammollate. Ogni forchettata deve essere una scoperta, un incontro ravvicinato con un singolo sapore che si appoggia sulla base morbida e acidula del pane. Il tocco finale, quel dettaglio che profuma di salsedine e di stive di navi, è la presenza del mosciame (il filetto di tonno essiccato) o della bottarga. Elementi non obbligatori, certo, ma capaci di regalare quella spinta sapida che spezza la dolcezza del pomodoro e l’aroma pungente del basilico fresco. Vediamo, quindi, come si prepara seguendo i passaggi della tradizione.
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Strofinare le gallette con l’aglio, farle ammollare in acqua e aceto, poi premerle fra due salviette.
Rompere ogni galletta in quattro pezzi, disporli in una insalatiera e versarvi sopra un poco d’olio.
Pulire e tagliare a fette tutte le verdure, tenendo separate le diverse qualità.
Tritare delle foglie di basilico e aglio; condire ogni verdura con olio, poco aceto e sale.
Infine disporre le verdure nell’insalatiera sopra alle gallette, alternandole fra loro. Non vanno mescolate.
Su queste mettere qualche fettina di mosciame o di bottarga e le uova sode.
Prima di servire lasciare riposare l’insalata per almeno una ventina di minuti, conservandola in luogo fresco.
Per capire l’anima di questo piatto bisogna fare un piccolo salto indietro nel tempo, a quando le navi mercantili lasciavano i porti liguri per mesi interi. A bordo non c’era spazio per la fragranza del pane fresco; l’unico carboidrato ammesso era la galletta del marinaio, un pane secco, duro come la pietra, cotto al forno più volte per eliminare ogni traccia di umidità e resistere indenne alla muffa e al tempo. Masticarlo così com’era significava rischiare i denti. I marinai, allora, aguzzarono l’ingegno: iniziarono a bagnarlo con l’acqua di mare, a strofinarlo con l’aglio per disinfettarlo e a condirlo con quel poco che la terraferma offriva prima della partenza.
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